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Privacy, nel mirino le app per il diabete

Uno studio su Jama lancia l'allarme: la maggior parte delle applicazioni non ha una politica per la salvaguardia dei dati personali degli utenti. E condivide con terzi informazioni sensibili

App e privacy è un binomio da tenere sott’occhio, soprattutto quando si parla di salute. Se da una parte, infatti, le app mediche costituiscono un modo innovativo per tenere sotto controllo la salute e monitorare specifiche condizione mediche, dall’altra la violazione della privacy degli utenti/pazienti è dietro l’angolo. A far luce sulla questione arriva ora una ricerca americana che suggerisce, sulle pagine di Jama, proprio in che modo queste app potrebbero comportare seri problemi di privacy. “Nel 2012 si stima che un quinto dei possessori di smartphone abbia scaricato applicazioni sanitarie, programmi in grado di trasmettere dati riservati tra cui malattie e prescrizioni terapeutiche” scrivono i ricercatori dell’Illinois Institute of Technology di Chicago, ricordando, inoltre, come il rapporto tra app mediche e privacy sia un campo ancor poco esplorato.

Il team americano si è così concentrato su tutte le applicazioni Android (Apple non è stato incluso nello studio) per il diabete trovate su Google Play, raccogliendo e analizzando le norme sulla privacy e le rispettive autorizzazioni di ciascuna. I ricercatori hanno poi provato alcune delle app per verificare se i dati inseriti venivano trasmessi anche a terzi, per esempio reti pubblicitarie o siti web non direttamente sotto il controllo dello sviluppatore.

Secondo i risultati la maggior parte delle 211 applicazioni (circa l’81%) non possiede politiche sulla privacy. Le 41 app rimanenti (19%) sono provviste di una regolamentazione sulla privacy, ma non tutte attuano politiche di protezione: l’80% ha raccolto i dati dell’utente, ma solamente 4 hanno chiesto agli utenti il permesso di condividere i dati personali. Inoltre, dall’analisi di trasmissione dei dati sensibili, che ha incluso 65 app, le informazioni mediche dell’utente, come il dosaggio dell’insulina e i livelli di glucosio nel sangue, sono state regolarmente raccolte e condivise con terzi, come dimostra l’uso di cookie da parte dell’86% delle app analizzate.

“Questo studio ha dimostrato che molte applicazioni per il diabete condividono informazioni sanitarie riservate con terze parti, aumentando così il rischio per la privacy degli utenti: effettivamente non ci sono leggi federali contro la vendita o la divulgazione a terzi di dati provenienti da app mediche. La condivisione delle informazioni sanitarie sensibili da applicazioni per smartphone non è infatti vietata dalla Health Insurance Portability e Accountability Act”, spiegano gli autori. Insomma, negli Usa non è reato, ma solo perché non esiste una legge specifica. “I pazienti potrebbero erroneamente credere che le informazioni sanitarie contenute un app siano private, in particolare se l’applicazione ha una politica di privacy, ma in genere non è così. I medici dovrebbero, quindi, prendere in considerazione le implicazioni sulla privacy prima di incoraggiare i pazienti a usare le applicazioni per la salute”.