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Braccialetti smart per il trattamento delle dipendenze da oppioidi

Un team di ricercatori della University of Massachusetts ha testato con successo l’uso di braccialetti biometrici per prevenire le ricadute nel trattamento delle dipendenze da oppiodi

I braccialetti biometrici potrebbero fornire un aiuto importante per monitorare le recidive nel trattamento delle dipendenze da oppioidi. A sostenerlo è uno studio pubblicato sul Journal of Medical Toxicology, guidato da Stephanie Carreiro della University of Massachusetts Medical School negli Stati Uniti.

I dispositivi elettronici indossabili in effetti stanno diventando sempre più popolari per la loro capacità di misurare diversi parametri biologici, come la frequenza cardiaca o il livello di ossigeno nel sangue. Oltre a essere user-friendly e non invasivi, questi sensori forniscono infatti dati in modo continuativo, che possono essere memorizzati e rivisti in un momento successivo, oppure essere trasmessi via wireless per un’analisi in tempo reale. Fino a oggi hanno trovato ampio impiego nel campo del fitness, ma per molti specialisti potrebbero essere utilizzati anche in ambito medico. Ad esempio per il trattamento delle dipendenze da oppiodi, un campo promettente, in cui bisogna però raccogliere ancora un gran numero di dati sui cambiamenti fisiologici dei pazienti che assumono i farmaci, prima di poter utilizzare efficacemente i braccialetti biometrici.

È a questo scopo che nasce il lavoro del team di Carreiro, che ha utilizzato i braccialetti smart per determinare il profilo biometrico di 30 pazienti in cura con analgesici oppiodi. I device hanno consentito ai ricercatori di misurare in tempo reale l’attività elettrodermica, la temperatura corporea e i dati relativi ai movimenti dei pazienti, che sono stati registrati prima e dopo la somministrazione endovenosa degli oppioidi.

I dati raccolti hanno mostrato diversi cambiamenti fisiologici associati all’utilizzo di oppiodi che possono essere riconosciuti con i braccialetti biometrici, come una minore mobilità del paziente e un aumento della temperatura cutanea. I partecipanti allo studio inoltre sono stati classificati in due gruppi: da una parte i forti consumatori di oppioidi, quelli che li assumevano quotidianamente, e dall’altra chi non ne aveva mai assunti o ne aveva fatto ricorso solo in rari casi. In questo modo i ricercatori hanno potuto individuare una serie di pattern che distinguono la risposta fisiologica dei forti consumatori di oppioidi da quella degli altri partecipanti allo studio.

Questi pattern possono essere utili per identificare episodi di consumo di oppioidi in tempo reale”, ha spiegato Carreiro commentando i risultati dello studio. “La capacità di identificare in tempo reale i casi di consumo e di tolleranza agli oppioidi potrebbe essere utile per gestire il dolore o durante il trattamento per abuso di queste sostanze”.

I ricercatori ipotizzano quindi che in futuro i biosensori potrebbero aiutare i medici a monitorare la tolleranza dei pazienti agli antidolorifici, identificando le persone che sono a rischio di sviluppare una dipendenza ai farmaci durante il trattamento di un dolore cronico o acuto. Per quanto riguarda chi ha già sviluppato una dipendenza, questi device potrebbero essere usati per avvisare i medici o i familiari quando la persona sta avendo una recidiva, e intervenire in tempo per aiutarlo.