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BooM-Health: la rivoluzione della mobile health protagonista a #MeetSanofi

La prevenzione e la cura delle malattie sono sempre più a portata di app. L’ultimo appuntamento del ciclo #MeetSanofi ha fatto il punto della situazione grazie a cinque storie italiane di eccellenza e tre esperti

Un futuro già presente. È stato questo il protagonista dell’ultimo appuntamento del ciclo #MeetSanofi “Boom-Health, la rivoluzione della mobile health”: cinque storie italiane di eccellenza e tre esperti per discutere di app sulla salute, una rivoluzione della sanità che già oggi è sotto i nostri occhi. Perché la prevenzione e la cura passano sempre di più anche attraverso i device mobili: ad oggi sono oltre 100 mila le applicazioni sulla salute, per quasi 2 miliardi di utenti di smartphone. Ed entro il 2020 si stima che 4 milioni di pazienti nel mondo saranno monitorati a distanza e aggiornati in remoto sulle loro condizioni di salute. E la rivoluzione della mobile health parla anche italiano: al centro dell’appuntamento, infatti, le idee geniali di cinque startupper, a dimostrazione del fatto che c’è una via tutta italiana alla salute in mobilità.

Il primo a intervenire è stato Nicolò Briante che insieme a Niccolò Maurizi ha realizzato D-Heart, l’elettrocardiografo portatile salva-cuore che permette il monitoraggio cardiologico a basso costo grazie a uno smartphone. Si tratta di un dispositivo che chiunque può utilizzare senza l’ausilio di medici. Come ha raccontato Briante, l’idea è nata da un’esperienza personale: “Il mio socio ha avuto un infarto a 16 anni e convive ormai da 10 anni con una cardiomiopatia, per cui conosce benissimo quali siano i problemi cardiovascolari che hanno i pazienti”. Maurizi, affianco a questa esperienza da utente, ha maturato anche un’esperienza da medico e sta affrontando ora un percorso da futuro cardiologo. “Quando il mio socio ha cominciato questo percorso – ha raccontato lo startupper – abbiamo cercato di fare un prodotto che fosse semplice, ma che avesse un’efficacia identica a quella che si avrebbe in ospedale, recandosi dal proprio cardiologo”. E i due sembrano esserci riusciti: comparandolo con un elettrocardiografo da ospedale, infatti, i risultati hanno mostrato una concordanza di quasi del 97%. “Quindi massima semplicità – ha concluso Briante – ma anche massima affidabilità clinica”.

Il cuore è stato nuovamente protagonista anche nell’intervento successivo, in cui Stefano Mazzei ha presentato IoSocCORRO, l’app incentrata sul pronto intervento per arresto cardiaco che ancora oggi causa in Italia 73mila decessi l’anno. L’idea è nata dall’esperienza di Mazzei, che è fondatore di Salvamento Academy, un’agenzia didattica che fa formazione a livello nazionale sulle manovre salvavita e l’uso del defibrillatore. Mazzei ha fatto notare che la sopravvivenza attuale all’arresto cardiaco non supera il 5% con la sola chiamata al 118. IoSocCORRO, quindi, è stata pensata per consentire a chiunque, se addestrato e precedentemente registrato sulla app, di intervenire rapidamente in attesa del soccorso d’emergenza, grazie a un servizio di allerta che sfrutta la geolocalizzazione. “Noi stimiamo che possiamo arrivare a salvare 18 mila vite ogni anno, con un risparmio di 27 miliardi di costi sociali”, ha concluso Mazzei. L’app è in fase di sperimentazione al 118 di La Spezia e a breve dovrebbe essere adottata in tutta la Liguria.

Un’altra storia di eccellenza è quella di iGyno, l’app inventata da Mirco Bettelini, che aiuta le donne a fare prevenzione ginecologica. “IGyno nasce da una storia d’amore che lega un figlio alla propria madre – ha raccontato Bettelini – e nello specifico un figlio unico, quindi un cordone ombelicale molto grosso”. Lo startupper ha perso la madre per un tumore al seno. Una perdita che ha generato la forte volontà di fare qualcosa per le donne da cui è nata iGyno. L’app aiuta a gestire tutti gli aspetti tecnici dell’universo femminile, ma la cosa che premeva di più a Bettelini è che insegna alle donne a fare prevenzione: ad esempio, fa vedere come si fa un’autopalpazione al seno. La sua caratteristica peculiare è quella di essere stata la prima app al mondo a inserire tra le sue funzionalità un vero e proprio servizio di consulenza, eseguito da un team di ginecologi specializzati che risponde in qualsiasi momento della giornata e in qualsiasi giorno dell’anno entro un’ora dall’invio del quesito. Come ha spiegato Bettelini, questo aspetto di iGyno ha riscosso un forte consenso da parte della classe medica più giovane, che ha visto in questo strumento un’opportunità per emergere e farsi conoscere, anche perché il medico si firma con il suo codice di iscrizione all’albo e tutti i suoi dati. Attualmente l’app è disponibile in otto lingue e hanno aderito 98 ginecologi. Oggi iGyno è tra le app più scaricate dagli store di Apple e Android, e ha superato i 3 milioni di download in tutto il mondo.

Gli ultimi interventi hanno riguardato due app nate nel mondo Sanofi. Piero Conte, fondatore di FabLab, una web agency di Trieste, ha parlato di iNonni, un’app pensata per avvicinare i silver user, la “generazione dei navigatori dai capelli d’argento”, al digitale. iNonni è stata realizzata insieme a Zentiva del Gruppo Sanofi, ed è una sorta di social network per gli anziani e i loro familiari, pensato per facilitare la comunicazione e l’utilizzo degli strumenti digitali da parte dei silver user. “Noi non siamo partiti dal problema, ma siamo partiti dal target”, ha spiegato Conte. “Grazie al contributo di Sanofi e a un’idea che è nata in maniera veramente congiunta, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo, che era quello di creare una piattaforma che in qualche misura agevoli e porti per mano l’utente più anziano verso le tecnologie digitali”.

Dedicato agli utenti più giovani, invece, è Mission T1D, il videogame educativo made in Sanofi pensato per i giovani pazienti con diabete di tipo 1. Valentina Tessera, di Sanofi Diabete, ha spiegato che si tratta di un action game molto coinvolgente che per far passare il giocatore al livello successivo richiede che vengano visualizzati dei video pensati apposta per i ragazzi, dove vengono veicolate informazioni sulla patologia e su quello che deve fare un ragazzo diabetico. Mission T1D non è stato pensato solo per chi convive con questa condizione, ma anche e soprattutto per gli amici o i compagni dei ragazzi affetti da diabete. “L’obbiettivo infatti è di abbattere le barriere che possono crearsi tra questi giovani”, ha concluso Tessera.

A commentare le storie sono quindi intervenuti Lella Mazzoli, direttore dell’Istituto per la formazione al giornalismo di Urbino ed esperta di e-health, Eugenio Santoro dell’Istituto Mario Negri e Jaime D’Alessandro, giornalista de La Repubblica.

Secondo Mazzoli, ciò che emerge da queste storie è un nuovo modello di intermediazione tra noi e il nostro benessere. “Dal punto di vista sociologico – ha spiegato l’sperta – si tratta di un’autentica rivoluzione”. Mazzoli ha sottolineato anche un altro aspetto significativo della mobile health: la cultura. “Noi riusciremo davvero a far nostri questi nuovi strumenti partendo da un processo culturale”, ha spiegato l’esperta. “Cultura, intermediazione, nuovi intermediari sono senz’altro gli aspetti più significativi che con le loro storie hanno messo in evidenza”.

Ma chi sono i medici che prescrivono le app? Santoro ha rivelato che i medici diabetologi, specie quelli più giovani, sono tra i più forti prescrittori di applicazioni tra le varie aree mediche: il 20% lo fa ogni settimana. Quali applicazioni? Fondamentalmente quelle che riguardano gli stili di vita, dove si lavora di più in ambito diabetologico. L’esperto, in generale, ritiene che tutte le app che ruotano attorno all’area della prevenzione lavorino in un ambito dove si avranno i maggiori risultati in futuro. Opportunità, ma anche rischi. “Bisogna fare attenzione a tutto ciò che ha a che fare con le applicazioni che rilevano attraverso sensori dei parametri biologici – è l’avvertimento di Santoro – perché la situazione intanto non è regolamentata, ma soprattutto bisogna validare che gli strumenti funzionino e che raccolgano correttamente questi dati”.

Quella della mobile health insomma è una rivoluzione inarrestabile e c’è già chi pensa come D’Alessandro che ormai dovremmo iniziare a parlare di post-app. “Presto una parte delle app sarà già integrata nel sistema operativo – ha spiegato il giornalista – ma questo significa che sia Apple che Google avranno un profilo molto esatto di quello che siamo e di quello che facciamo in termini di salute”.