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Tumori: il supercomputer personalizza la terapia in 10 minuti

I ricercatori del New York Genome Center hanno testato un super-computer dell’Ibm per la diagnosi di un tumore al cervello, ottenendo un’analisi genetica della neoplasia e una proposta di terapia in una frazione del tempo necessario agli specialisti umani

tubes with human DNA Cloning

Un’intelligenza artificiale in grado di eseguire analisi più rapide e sviluppare una possibile terapia per il trattamento di un tumore in appena 10 minuti, un compito che un team di esperti ha invece impiegato oltre 160 ore a completare. Si tratta di Watson, un supercomputer sviluppato dalla Ibm e già in passato utilizzato per applicazioni mediche (Watson viene infatti già utilizzato in diversi ospedali oncologici in Florida, India e Tailandia).

A raccontare l’ultima impresa del supercomputer è uno studio pubblicato su Neurology Genetics, che descrive come Watson sia stato utilizzato per analizzare il caso di un paziente di 76 anni affetto da un tumore cerebrale e deceduto a un anno dalla diagnosi, dopo essersi sottoposto a un intervento di rimozione e a cicli di radioterapia e chemioterapia. Lo scopo dei ricercatori era stabilire se il sequenziamento dell’intero DNA del paziente, una tecnica costosa e che richiede molto tempo, fosse utile per determinare il migliore trattamento a disposizione.

I dati raccolti durante la ricerca sono infatti stati forniti e analizzati separatamente da Watson e da un team di esperti. Dai risultati è emerso che in entrambi i casi, sia per Watson che per il team, il sequenziamento totale del DNA ha permesso di individuare mutazioni che non sarebbero comparse in un test meno accurato.

In soli 10 minuti Watson ha inoltre individuato un possibile trattamento per lo specifico tumore analizzato, un processo che la sua controparte umana ha impiegato oltre 160 ore a completare. Tuttavia, la vittoria è stata solo parziale: la combinazione di farmaci preparata dai ricercatori umani, infatti, sarebbe potenzialmente più efficace di quella raccomandata da Watson. Robert Darnell, co-autore dello studio, sottolinea come sia fondamentale, e potenzialmente più efficace per il paziente, la collaborazione tra medici e intelligenze artificiali: “Penso che per i medici non sia possibile maneggiare la valanga di dati che ci sono oggi, destinata a crescere nel futuro. Il tempo è una variabile chiave per il paziente, e le intelligenze artificiali ci offrono la possibilità di avere uno strumento completamente nuovo da utilizzare.”

Watson infatti non è la prima, né l’unica, intelligenza artificiale a compiere passi in avanti in campo medico di recente: ricordiamo ad esempio i computer in grado di riconoscere tumori della pelle sviluppati dai ricercatori di Stanford e l’interfaccia sviluppata dagli scienziati Brain Center of University Medical Center di Utrecht per decifrare i pensieri dei pazienti affetti da paralisi.

Riferimenti: Neurology Genetics

via: Galileo Giornale di Scienza