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I fitness tracker aiutano ad assistere i pazienti dopo la chirurgia

Più passi fai, più basso è il rischio di riammissione in ospedale. Lo dimostra uno studio condotto su pazienti oncologici ricoverati dopo aver subito un intervento

Basta uno sguardo al polso. Grazie ai fitness tracker, oggi, conoscere con accuratezza le prestazioni fisiche della propria giornata è più che mai immediato. Quanti chilometri abbiamo percorso, quante calorie consumate, quanti passi fatti. Un vantaggio che i ricercatori dell’Università di Pittsburgh hanno applicato ai pazienti oncologici sottoposti a operazione chirurgica: secondo i risultati della ricerca, un maggiore numero di passi durante il ricovero – misurati tramite Fitbit – corrisponde a un minore rischio di riammissione in ospedale a 30 e 60 giorni di distanza dalla prima dimissione. Un risultato che dimostra come monitorare in tempo reale l’attività fisica del paziente possa rientrare nelle comuni pratiche di assistenza clinica. Lo studio è stato pubblicato su Annals of Behavioral Medicine.

A 71 pazienti con carcinosi peritoneale, trattati con chemioterapia e sottoposti a rimozione chirurgica del tumore, sono stati messi dispositivi Fitbit Flex o Charge, rimasti attivi per tutta la durata della degenza post-operatoria (dai 4 ai 37 giorni). I dati sulla riammissione sono stati ricavati dal registro dei ricoveri ospedalieri, da cui è risultato che il 35% dei pazienti è stato nuovamente ricoverato a 30 giorni, e il 40% a 60 giorni dalla dimissione. I Fitbit, invece, hanno calcolato i passi fatti dai degenti: dai 50 ai 3.200 al giorno. Incrociando questi numeri è emerso che, indistintamente da sesso, età, indice di massa corporea o durata del ricovero, un maggiore numero di passi è correlato a un minore rischio di riammissione in ospedale, sia a 30 sia a 60 giorni dal primo congedo. Per ogni 100 passi in più al giorno, il rischio di riammissione diminuiva del 18%.

Studi simili sono stati già condotti in passato. Tuttavia, il peso dell’attività del paziente rispetto alla riammissione in ospedale finora è stato poco indagato, in favore di altri criteri quali età o presenza simultanea di più malattie. Altre ricerche hanno invece già valutato l’utilità dei tracker in questo campo, dimostrando come i pazienti sottoposti a chirurgia cardiaca più disposti a camminare vivano un ricovero di gran lunga più breve. Presto, la disponibilità di strumenti affidabili, economici e di facile utilizzo come i Fitbit ci permetterà di fare un ulteriore passo avanti – dicono i ricercatori ‒ dandoci la possibilità di prevedere un ampio range di esiti clinici in base alle prestazioni fisiche dei ricoverati.

Intanto, già oggi i tracker offrono numerosi vantaggi rispetto ai classici metodi di raccolta delle informazioni: “Sebbene i dati clinici e demografici siano tutt’oggi fondamentali, i limiti di questi strumenti sono evidenti – scrive Carissa A. Low, prima autrice dello studio – Anzitutto, in questi casi le variabili in gioco non possono essere modificate, ponendo forti vincoli rispetto all’obiettivo di ridurre le riammissioni ospedaliere prevenibili. In secondo luogo, questi metodi in genere interessano solo i dati disponibili a partire dalla dimissione del paziente, ostacolando la possibilità di controllare e supportare i degenti, soprattutto quelli ad alto rischio, come gli anziani”. Si tratta di limiti che possono essere superati da interventi comportamentali – volti per esempio a intensificare l’attività fisica ‒ stabiliti grazie al supporto dei valori raccolti in tempo reale grazie a dispositivi intelligenti, quali i Fitbit.

Ora: come funziona il conteggio dei passi? Gli orologi di ultima generazione dispongono di un accelerometro a più assi che consente loro di “interpretare” il movimento con grande precisione. Il movimento fisico – l’accelerazione – viene convertito in dati digitali da appositi algoritmi: se l’ampiezza del moto è grande abbastanza da superare una soglia preimpostata, il movimento viene conteggiato come passo (per questo la misurazione può variare a seconda delle condizioni del suolo). Una funzione usata da molti come incentivo ad abbandonare logoranti abitudini sedentarie, ma che può trovare un impiego più specifico in ambito ospedaliero, come dimostrato a Pittsburgh.

Partendo dai risultati ottenuti, gli scienziati proseguiranno le ricerche: “L’intenzione è quella di monitorare i passi compiuti dai pazienti anche una volta che questi sono stati dimessi: è proprio a casa che la deambulazione potrebbe darci più informazioni rispetto al rischio di una riammissione in ospedale. Ma non solo: l’attenzione verrà riservata anche alle abitudini motorie antecedenti all’operazione chirurgica, che potrebbero ugualmente rappresentare un fattore di rischio”.